domenica, 15 novembre 2009, ore 20:45

Quand’ero gggiovane, verso i sedici, ascoltavo i Korn, i Limp Bizkit e i Green Day, tra gli altri. Di Billy Joe e soci, poi, mi piaciucchiavano Nimrod e Insomniac, ma erano Dookie e Warning a mandarmi fuori. Poi è uscito American Idiot, e lì son partito per la tangente. C’era la mezza idea di andare a vederli a Milano, ma mia madre non voleva che andassi assieme a colui che all’epoca era il mio allenatore venticinquenne. Son stato a casa, niente Green Day al Filaforum di Assago, non sapete che sofferenza. Anni dopo (quest’estate) esce 21st Century Breakdown, senza averlo ascoltato mezza volta compro i biglietti per il loro show di Torino, e alle quattro e mezza di giovedì scorso siamo davanti al Palaisozaki, in mezzo a quella folla di gente che risponde al nome di “coda per i cancelli”.
Dietro di noi la ragazzina che si vuole distinguere dagli altri, che in mezzo a centinaia di persone, tutte in piedi pressate come le sardine, è per terra intenta a guardarsi il suo filmetto sullo schermo 1cmx1cm dell’iPod nano che si porterà sempre con sé, presumo. Alla mia sinistra le bimbeminkia che si scambiano il contatto di facebook parlando dei Blink-182 e bevendo Beck’s per ingannare l’attesa, alla nostra destra una tizia francese sui trenta che rischia seriamente d’esser messa incinta da Enrico, il quale sta appiccicato al suo “didietro” per due ore buone non perché gli piaccia, ma più che altro perché non può fare altrimenti. In balia degli spostamenti delle centinaia di persone attorno a noi, ci muoviamo come onde per quel paio d’ore che non guastano mai, pressati tanto che alzare le braccia è impossibile, muovendo piccoli passi verso destra o sinistra a seconda dell’onda.
Poi il cancello largo mezzo metro dal quale noi tutti dobbiamo passare uno per uno viene aperto, e lì ho temuto il peggio. C’è solo una cosa peggiore dell’essere pressato tra due persone: l’essere pressato tra una persona e una transenna. Minuti di sofferenza fisica vera e propria, poi scavalco, esco, rientro, impreco, mi faccio male, insulto chi mi sta attorno, ritrovo i miei compagni di sventura persi in mezzo al marasma generale qualche attimo prima, corro, entro nel palazzetto, continuo a correre, entro nel pit, mi siedo per terra stravolto.
Apriamo qui un capitolo sul gruppo spalla, prego.

Capitolo sul gruppo spalla: i Prima Donna.
Nome di merda, ne converrete anche voi. Ho provato a farmeli stare antipatici per i primi cinque minuti, poi ho capito che la giacca leopardata il cantante non la indossava perché la trovava bella, ma perché il suo era puro fankazzismo, e dalla giacca in poi è stata un’autentica escalation di risate dovute a quello che quei cinque pazzi facevano sul palco. Superliquidator caricati al massimo che schizzavano la gente sotto il palco, rotoli di carta igienica srotolati e “sparati” dai vari componenti della band mediante apposito fucile che descrivervi non saprei, maschere, risate, trombette, scherzi da quindicenni tra di loro, più tre tizi mascherati che si aggiravano sul palco ad animare la situazione, come se non bastasse. Il primo, cappuccio in testa e maschera rossa in faccia, il secondo vestito dalla testa ai piedi da cow-boy con tanto di bandana sul viso, il terzo maschera di Ray Misterio in testa e canotta degli Orlando Magic addosso: quei tre erano Billy Joe, Mike Dirnt e Tré Cool.
Fine del capitolo riguardante l’opening act.

Piccolo intermezzo, prima dell’inizio del concerto, dovuto ad un tizio mascherato da coniglio rosa. Questi sale sul palco inscenando una sbronza colossale, sbarellando a destra e a sinistra, sdraiandosi ai piedi della batteria e poi recandosi in punta alla passerella. Qui si scola due birre alla goccia prima di tornare nel backstage e cambiarsi d’abito, che da lì a poco avrebbe dovuto suonare la batteria con il suo gruppo. Lui, anche questa volta, era Tré Cool. Se conoscete un altro batterista che prima dello show si traveste da coniglio rosa, sale su palco e si scola due birre in tempo record, fatemi un fischio.

Poi Song of the Century e 21st Century Breakdown, una dopo l’altra, con i grattacieli a fare da sfondo all'inzio del concerto, il pogo che si scatena all’interno del pit, lascio la fotocamera al sicuro e mi butto. Tre canzoni e sono in punta alla passerella, mi becco un piede in faccia, ahia. Il tizio sopra di noi viene spinto sopra al palco aiutato dallo stesso Billy Joe a salire, e viene ricordato da tutti come il primo stage diver della serata. Prende la rincorsa e si butta a volo d’angelo sul pubblico, su di noi, dev’essere una figata farlo, dev’essere una figata restare in aria quella frazione di secondo, prima di cadere sulle mani e sulle teste di chi c’è sotto. Le due ragazzine alte un metro e cinquanta letteralmente terrorizzate, una abbraccia l’altra e per tutta risposta si sente gridare in faccia dall’amica un perentorio “te l’avevo detto che non dovevamo venirci!”. Le vampate di calore ogni volta che quelle fiamme si accendevano alle spalle di Tré, Billy Joe che bestemmia in Italiano scatenando l’ilarità generale, gli stage divers che più il tempo passa più aumentano di numero,  i coriandoli con i teschi che vengono esplosi dai cannoni alle spalle dei tre, St.Jimmy che m’è piaciuta parecchio, e Jesus of Suburbia che m’è piaciuta ancora di più. Il giro di basso all’inizio di Longview e la ragazza che salita sul palco l’ha cantata tutta, sentendosi per quella manciata di minuti una rockstar, prima di prendere la rincorsa e lanciarsi anche lei su di noi. Qualche cover qua e là, Hey Jude e Highway to Hell su tutte, e i classici, dalla Basket Case che conosce anche mia madre, alla Good Riddance (Time of Your Life) che chiude il concerto, passando per le varie She, Hitchin’ a Ride e When I Come Around. Che pezzacci, le ascolto dai tempi delle medie, e non m’erano mai piaciute come in quelle due ore e mezza passate lì sotto. Due ore e mezza di sudore, di punk-rock che poco si addice alle ragazzine emo presenti all’evento. C'erano i trentenni che sono tornati sedicenni andando a vedere il gruppo che ascoltavano quand’erano giovani, e poi c'erano loro, e non le potevo vedere. Popolavano il palazzetto con le loro All-Star ai piedi, le loro kefie, i loro guanti e le loro maglie e calze a scacchi, e io ho pensato che si, ok, avete il diritto di ascoltare quello che volete, ma i Green Day che erano sul palco del Palaisozaki non c’entrano niente con voi, come non c’entravano niente con voi ai tempi di Dookie, quando neanche esistevate. Io dico, magari vi piace come si pettina Billy Joe, magari vi piace la copertina di American Idiot, ma insomma, avete già i Tokio Hotel, non vi bastano loro?
Domanda alla quale probabilmente non riusciremo mai a dare una risposta, mi consolo ascoltando St. Jimmy, skippando a più non posso verso il minuto 2:38 del video sottostante, quel “one, two, three, four” con conseguente delirio è devastante.

BibbyMVP

mercoledì, 11 novembre 2009, ore 19:20

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Quello a sinistra più passa il tempo più mi sta sul gozzo, e quello al centro invece mi pare strafatto, con quella posa e quel sorriso lì.
Oh, su quello a destra niente da dire eh.
BibbyMVP
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martedì, 03 novembre 2009, ore 01:35

Se durante il primo turno dei playoffs dell'anno scorso non avete assistito al volo non preventivato all'interno della Philips Arena di Spirit, il falco-mascotte degli Hawks, poco male. All'epoca se l'erano cavata con un falconiere (si, un falconiere) che faceva atterrare il pennuto sul proprio braccio, guadagnandosi l'ovazione dei 18.000 cristiani paganti. Son forti 'sti Americani, non c'è che dire.
Ma l'altro ieri, giorno di Halloween, forse è successo qualcosa di meglio: At&t Center, San Antonio,  Texas. Si sta giocando Spurs-Kings, e Kevin Martin mentre va a schiacciare in campo aperto si vede passare davanti un oggetto non identificato che fa fare enormi "ooohhh" al pubblico texano. Un pipistrello. Il gioco continua, ma il pipistrello vola, spesso e volentieri rasoterra, ed è un po' un casino se mentre palleggi un topo con le ali fa la barba al parquet, voi ne converrete. Persino il Coyote, la mascotte degli Spurs (il Michael Jordan delle Mascotte, per intenderci) s'era vestito da Batman e armato di retino, ma non poteva farci granché. Il volatile andava su e giù, catalizzava l'attenzione degli spettatori e distraeva i giocatori nonché gli arbitri, che non sapevano bene che fare.
E poi? E poi, signori, sale in cattedra Manu Ginobili.


La cosa bella, ma bella per davvero, è che prima esulta guadagnandosi l'ovazione dei tifosi, e poi torna alla partita come se niente fosse, ma non prima d'aver consegnato il pipistrello morto ad un inserviente su consiglio dell'arbitro, ed essersi spalmato sulle mani una sorta di amuchina per disinfettarle.
Questi argentini mi fanno impazzire, giuro.

BibbyMVP
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sabato, 24 ottobre 2009, ore 18:31

Odio i post sdolcinati, odio le smancerie e tutte quelle cose cariche di carinerie fatte, dette o scritte nel nome dell’amore. Sono sempre stato un tipo “un po’ così”, non mi sono mai lasciato andare del tutto, chi mi prende in giro mi chiama scherzosamente “arido di cuore”, e io so che un po’ è vero. Anzi, che lo era, vero, perché ora non lo è più.
Lo era fino a quando le nostre strade non si sono unite, e sono diventate una sola. “Tiravo avanti”, vivendo senza chiedere chissà che alla vita, pensavo che fosse tutto lì quello che c’era da sapere, e quando qualcuno si lanciava in un discorso sdolcinato, beh, avrei voluto sbranarlo. Ma poi, dopo di te, tutto è cambiato.
Sembra strano, forse anche stupido, pensare che sia bastato il tuo arrivo a cambiare così radicalmente le cose nella mia vita, ma non ci posso fare niente, è così e basta. Le serate passate con te sono fantastiche, e a chi mi chiede il perché del sorriso che mi porto stampato in faccia da quel giorno, non so cosa rispondere, perché so che non potrebbe capire. Non potrebbe capire la magia e la passione che ci accomuna, non potrebbe capire quello che sto scrivendo, oltre che vivendo.
Dopo di te nulla è stato più come prima, da quando le nostre strade si sono unite, ho realizzato tante cose, ad esempio  cosa mi stessi perdendo prima, cos’è veramente la felicità, e soprattutto cos’è l’Amore.
Da quando ci sei te, vedo il mondo sotto un’altra luce. E questo è tutto merito tuo, e non posso far altro che ringraziarti. Grazie NBA2K10.
BibbyMVP

lunedì, 12 ottobre 2009, ore 20:32

Previously on San Bart Chronicles: Part I, La volta che Genny pareva non decidersi
Part II, La volta che Marco s’arrabbiò

Dicevamo che Marco non ci vide più, smise di gridare, e partì deciso assestando sul viso di Step quello che si potrebbe definire LO schiaffo. E poi un altro, e poi il terzo e il quarto, e Step se le prendeva che metà bastava a forza di schiaffi, pugni e manate. In tutto questo, mentre i due ci davano giù di duello testa contro testa manco fossero due giocatori di Serie A, le signore anziane accorse per il trambusto generale se la prendevano con noi perché colpevoli di fotografare e filmare l’accaduto (“ma invece di dividerli fate il filmato per poi metterlo su internet!! Vergognatevi!!!”), e Genny, che ve lo dico a fare, si sentiva molto probabilmente una merda, ma se solo si fosse staccata da Step, questi se le sarebbe prese, ma tante eh.
Il problema, poi, è che Genny si staccò da Step, e da lì fu buia per il nostro sedicente lottatore di Thai Boxe. Di botte se ne prese un bel po’, ma c’è di buono che smise di fare lo sverso, lo dicevo io che era tutta scena, e com’è come non è, si fece due calcoli e pensò bene di svignarsela, andando a recuperare la bici, per poi tornare mestamente a casa.
Mezzora dopo, mentre il fenomeno attraversava mezzo paese correndo dalla spiaggia al campeggio, a piedi, per andare a recuperare la bicicletta che (purtroppo per lui) non sapeva fosse inutilizzabile, Marco non ci vedeva più dalla rabbia per essersi sentito dire “ti ammazzo” e “che cazzo vuoi”, e per tutte le altre cose di contorno che Step aveva combinato, e ragazzi, sembrava il fight club, solo che di regole non ce n’erano. Ancora in mutande da quando era uscito dall’acqua, si stava vestendo, tra chi rideva e chi cercava di calmarlo dicendogli che non valeva la pena di perdere tempo appresso ad uno così. Fiato sprecato: Marco si mette a correre impazzito, corre verso la bici di Step, corre gridando “t’ammazzo Step! T’ammazzo!”, e arrivato alla bici (con noi sempre al seguito che non sapevamo bene che fare ma che in linea di massima la vita a Step la volevamo salvare), la vede legata al palo come l’avevano lasciata, e si mette a demolirla con uno stendino trovato nei cassonetti della spazzatura all’altro lato della strada. E quando lo stendino non era più utilizzabile, piegato com’era dalle botte date alla bicicletta, iniziò a sollevarla in aria per poi scagliarla più lontano possibile, o, in alternativa, contro il muro.
Cinque minuti dopo tutta la gente che aveva assistito allo spettacolo in spiaggia arrivò alle panchine, e con essa Step un po’ affannato e anche un po’ in ritardo, che non avevamo idea di dove si fosse cacciato fino a quel momento, ma che era ancora convinto, evidentemente, di trovare una bici utilizzabile dove l’aveva lasciata poche ore prima. E anche lì, giù di botte. Ma tante eh. Un naso che sanguina, quello di Marco, uno zigomo aperto, quello di Step. E chi provava a fermare Marco non ci poteva fare granché, perché si dimenava fino a quando non era di nuovo intento a prendere a calci e pugni il suo rivale. Quanto a Step, beh, diciamo che è stato un minimo controproducente rimanere in quella posizione da Thai Boxe tutto il tempo come se fosse lui quello che le voleva suonare all’altro, e lo è stato ancora di più l’abbozzare quel paio di pugni mal riusciti.
In tutto questo, essendo che il marasma generale e il rumore non indifferente un po’ di gente l’avevano richiamata, in meno di un quarto d’ora gran parte delle persone che stavano dormendo nei vari bungalow scese in strada a vedere cosa stesse accadendo. Uno di questi era il padre di un ragazzino che in quel momento stava tentando di dividere i due litiganti, tale Dario. L’uomo, una montagna che a me ricorda parecchio la versione incazzusa di Fred Flinstone come tipologia di persona e che tutti noi conosciamo benissimo da anni, pensò subito che fosse suo figlio quello che stava facendo a botte, e andò a fermarlo arrabbiato nero. Noi ci provammo a dirglielo, che suo figlio non aveva mica fatto niente, che non c’entrava niente Dario in tutto questo, ed eravamo anche riusciti a convincerlo, tanto che lui sollevato stava abbozzando un sospiro di sollievo come da prassi, se non che in quel preciso istante, nonostante non ce ne fosse il più che minimo bisogno, arrivò un altro losco figuro a complicare la situazione. Bene.
Questo figuro, ubriaco (un po’) e strafatto (molto), smilzo, sudato marcio, con la tipica faccia del vostro pusher di fiducia, evidentemente pensò “quella montagna di 120 chili sta menando un ragazzino, lo devo fermare”, e dapprima tentò di fermarlo a parole, e poi, quando si sentì rispondere una cosa tipo “chi cazzo sei, guarda che è mio figlio, mica lo sto menando”, non ci vide più, tutta la roba che aveva in corpo evidentemente fece effetto, e inizio a sbarellare gridando “t’accid’! T’accid’!!”. L’attenzione, in men che non si dica, si spostò da Marco e Step a questi altri due, e in tutto questo Step ringrazia, perché grazie al casuale diversivo riesce a scappare a piedi, indisturbato, senza che quasi nessuno lo degni di nota.
Il folle drogato da noi successivamente denominato Il Pazzo aveva definitivamente perso il controllo di sé stesso, tenuto fermo da due energumeni della sua cerchia che si rendevano conto del fatto che la situazione gli stava scappando di mano anziché no, s’era ormai messo in testa che voleva uccidere il padre di Dario, si dimenava, gridava, quasi piangeva, fuori di sé a più non posso, e la quiete pubblica era ormai andata a farsi benedire per la gioia di chi abitava nell’arco dei trecento metri circostanti. Il padre di Dario, invece, non sapeva bene che fare, probabilmente voleva solo tornare a letto da sua moglie, e probabilmente in condizioni normali l’avrebbe steso con uno schiaffo, quel tizio, ma non quella sera. Quella sera, quel tizio era palesemente strafatto, ma di brutto, e quando sei strafatto di brutto, le botte mica le senti, del dolore te ne accorgi al massimo la mattina dopo quando ti svegli pieno di lividi. E fu in mezzo a quel marasma generale fatto di grida, di ragazzine che piangevano terrorizzate dalla piega che le cose stavano prendendo, di mamme e di nonne preoccupate per i loro figli e nipoti, e di mille altre cose, che Marco in completa trans agonistica si buttò addosso al pazzo criminale drogato, reo d’aver gridato “ti uccido” al padre di Dario, persona che lui conosceva da anni, come già detto in precedenza. Non fece molto, lo buttò per terra e gli tirò un calcio ben assestato alla tempia gridandogli “chi è che ammazzi tu? Chi è che ammazzi??”, e poi scappò, mentre questi tenuto fermo dai soliti energumeni non capiva più granché.

Il resto è storia. Storia fatta di due volanti dei carabinieri e una della polizia che prendono nominativi a destra e a manca, l’intero campeggio che si riversa sul luogo del delitto a chiederci cosa fosse successo, mentre noi, abili come non mai ripetevamo “non sappiamo niente, stavamo tornando in campeggio quando abbiamo visto queste due persone che se le davano…”. Storia fatta della mamma di Lucrezia che ci dice “ma io lo conosco quello, non è la prima volta che fa di queste cose, è un criminale!”. Storia fatta di Step che ormai doveva essere tornato a casa con una bici di meno, di Marco nascosto per l’ora successiva alla rissa un po’ dalle parti della bocciofila e un po’ ai parchetti del Pizza Emporio, costantemente in contatto telefonico con noi, che sentivamo le testimonianze raccolte dai poliziotti e gli dicevamo cose tipo “c’è qui uno che dice che il ragazzo che ha tirato il calcio al pazzo indossava una maglietta bianca, levati la maglietta!”. Fatta di Genny che il giorno successivo è tornata a casa senza salutare nessuno, guadagnandosi una bella scritta per terra, fatta dai miei compagni di vacanza in suo onore nei giorni che seguirono (vedi sotto). Ma soprattutto, storia fatta di Filippo che nel giro di due giorni aveva già perdonato Genny, e i due stanno tuttora insieme, a quanto pare. Aaahhh...l'amour.

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Quella sera sembrava d’essere in un film, mancava solo Chuck Norris con i suoi calci rotanti, ma con o senza di lui, ragazzi, era un film da Oscar.
That's all folks, all'anno prossimo.
BibbyMVP

giovedì, 08 ottobre 2009, ore 02:12

Già sapete cos’è successo oggi. Cioè, lo sapete, vero?


Ma che pretendevate, eh? Una corte costituzionale con undici, e dico UNDICI, giudici di sinistra, ma andiamo, suvvia, insomma, e che diamine (ok basta). I Magistrati, rossi, il 72% della stampa, di sinistra, i programmi della TV pubblica, di sinistra. Per non parlare degli spettacoli comici, cattocomunisti come Vergassola e Cornacchione saranno la rovina del nostro belpaese se non si interviene al più presto. Ma scusate, basta sentire i nomi: Vergassola, Cornacchione, ma non vi mettono tristezza? Ve lo dico io cosa bisognerebbe fare: via loro,  e giù di veline e letterine, e non se ne parli più.
Conclude poi l’intervento con una doppietta che è già entrata nella Storia, e che ve lo dico a fare: “il Capo dello Stato sapete voi da che parte sta” e “queste cose qua a me mi caricano, agli italiano gli caricano, viva l’Italia, viva Berlusconi3991669030_8a012c77e1_o”. Menomale che Silvio c’è insomma, lo dice pure lui.

Forse non ci rendiamo conto del fatto che in tutta Europa, e anche al di fuori del nostro continente, le TV di stato hanno interrotto i programmi per mandare in onda un’edizione speciale del loro TG, ma i loro toni non erano esattamente quelli tenuti da Emilio Fede nell’edizione dell’ora di cena. Sul serio, date un'occhiata alla stampa internazionale e rendetevene conto, giornali, siti internet, telegiornali, roba da non credere.
Che comunque Emilio Fede all'ora di cena era uno spasso, ve lo posso assicurare.

Detto questo, non ci resta che consolarci con l'unico (o meglio, l'unica) Lodo che c'è rimasto: Francesca. Meglio di niente, dopotutto.




BibbyMVP

domenica, 04 ottobre 2009, ore 12:51

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Fate una cosa: prendete l’auto, il motorino, o il primo mezzo di trasporto che vi capita, andate al vostro multisala di fiducia, e guardate il primo spettacolo di Bastardi Senza Gloria in programmazione.
È un film spettacolare, Inglorious Basterds. Direi che è meglio dei due Kill Bill, e anche di Jackie Brown. Non quanto Pulp Fiction, e se la gioca con Le Iene, o forse è addirittura più bello di quest'ultimo, ma non ne sono sicuro. È che è difficile da collocare nella mia classifica, e il fatto che sia ambientato nella Francia occupata dai nazisti, così lontana dalle solite atmosfere  dei film di Tarantino, non aiuta granché, anzi, complica un po’ le cose. Però, ragazzi, il tenente Aldo Raine e i suoi bastardi spaccano il culo ai passeri, fidatevi.
BibbyMVP

mercoledì, 30 settembre 2009, ore 19:14

Previously on San Bart Chronicles: part I - La volta che Genny pareva non decidersi

Chiamatelo presentimento, chiamatelo avere la vista lunga, o chiamatelo semplicemente vandalismo, ma quella sera la bici di Step se la vide brutta. Ma bruta bruta né.
Step è il classico tipo che dice di averne fatta una in più di te, di qualunque cosa si stia parlando, e non è sempre necessariamente vero. Il punto più alto l’ha toccato quando, vista la passione di Mattia per la Thai Boxe (arte marziale da lui praticata per davvero), disse che anche lui la praticava, che era proprio appassionato. E oltre che a Thai Boxe, andava anche regolarmente in palestra. E poi si faceva la sauna. TUTTO INSIEME. Gianluca, con il suo inconfondibile accento cuneese, ha provato a dirgli “ma scusa, come fai a fare la sauna in sala pesi? Fa troppo caldo, non è possibile, io mica ci credo”, ma lui era convinto, nella palestra del suo paese lui fa i pesi in sauna. E vabbé. La sera di cui parla questo post scendemmo alle panchine, solito luogo di ritrovo per noi tutti, e la bici di Step era lì, legata ad un palo con catena e lucchetto. Non so bene cosa le abbiano fatto, so solo che mentre io intrattenevo una interessantissima discussione con mia madre, voltato l’angolo c’erano Andrea,  Davide, Marco e Mattia che la rendevano inutilizzabile. O meglio, sarebbe bastato fissare la ruota, rimettergli il sellino dopo averlo trovato, rimontare la catena, robe da poco, ma allo stato attuale delle cose, mentre io parlavo con mia madre, la bici di Step era inutilizzabile, “grazie” a loro.
E poi c’è da dire che la mancanza di Filippo non è che la si sentisse tanto eh, era andato a casa già da qualche giorno, ma Genny non pativa la situazione, e a Davide questo andava bene. Davide, quel giorno era andato a fare il bagno oltre gli scogli, dove l’acqua è alta, dove c’era Genny sul materassino intenta a prendere il sole. Ed erano rimasti insieme quella mezzoretta, lui e Genny, al largo, lontani da tutto e da tutti. Lei era impegnata con Filippo, e non aveva mica fatto niente con Davide, non sia mai, ma se mai Genny avesse dovuto cornificare il nostro, beh, il diritto di prelazione ce l’avrebbe avuto lui, il mio omonimo. Chiaro il concetto, no?
Ora, quella sera il gruppo era spaccato in due: una fazione voleva andare in un locale di Diano Marina, uno di quelli un po’ fighetti con i cocktail alla frutta, l’altra invece optava per il mettere qualche bottiglia, di quelle comprate precedentemente, negli zaini, e andare a berle sugli scogli. Il gruppo si divise, qualcuno andò sugli scogli, e qualcun altro andò a Diano, e neanche a farlo apposta, tutti si rincontrarono sulla spiaggia verso le undici di sera, chi di ritorno dagli scogli in cerca di qualcos’altro da fare, e chi di ritorno da Diano Marina in cerca della stessa cosa. Com’è come non è, senza un motivo ben preciso, quasi tutti optarono per il togliersi jeans e maglietta e farsi il bagno. Ma non tutti, ho detto quasi tutti. Marco in acqua c’era entrato, avvinghiato a Lucrezia, quella Lucrezia tanto amica di Filippo, che sperava che le cose tra lui e Genny potessero procedere per il verso giusto. E Marco era il Marco di cui parlai nel post precedente, quello tanto amico del Davide con diritto di prelazione su Genny, manco fosse un biglietto per una partita di Champions riservato a chi ha l’abbonamento per il campionato. E poi tutto d’un tratto, io che sto chiacchierando con Davide gli dico di guardare quei due ragazzi tutti avvinghiati in stile Patrick Swayze e Demi Moore in Ghost, che pomiciano sulla spiaggia a pochi metri da noi. Lui che fa finta di essere sverso, che fa la pantomima del gradasso che ha bevuto troppo e non è in grado di ragionare normalmente, che si diverte, che beve più di tutti e se ne frega delle conseguenze, che ha bevuto due –e dico DUE - cocktail nel locale di cui sopra, e pensa che sia lecito tutto quando si è (o si fa finta di essere) sversi. E lei che si lascia coccolare, sorridendo e scherzando come se nulla fosse, davanti a tutti. Lui è Step, quello che doveva tenere d’occhio Genny per conto di Filippo mentre questi non c’era, e lei è Genny. Che ve lo dico a fare.
All’inizio il nostro discorso era incentrato su frasi tipo “povero Filippo”, “Step è una merda” e “Genny è una troia”, e fin qui, ne converrete anche voi, non c’è nulla di strano. Poi però Marco s’è arrabbiato, perché così non si fa, perché Lucrezia s’era arrabbiata, e che ve lo dico a fare, a cuor non si comanda, e anche perché Davide vedeva sfumare il suo diritto di prelazione nell’aria, come l’Inter lo scudetto il 5 maggio, e neanche per lui era il massimo, come situazione. Marco esce dall’acqua e si dirige verso Step per dirgli che insomma, il suo comportamento non era proprio eticamente corretto, che sarebbe stato meglio se l’avesse smessa all’istante e se ne fosse andato conscio d’essersi comportato male. Ma lui mica poteva smettere di fare il gradasso che ha bevuto troppo, mica poteva smettere di pavoneggiarsi davanti agli occhi di Genny, mica poteva dirgli che aveva palesemente ragione, per poi tornarsene a casa dopo aver chiesto scusa, e commise così l’errore di dire “che cazzo vuoi?” al suo diretto interlocutore. E lì Marco s’arrabbiò.
Step mica si rendeva conto di quello che stava per succedere: una ventina di persone attorno a lui, Marco che gli intimava d’andare via in questo modo, e noi quattro deficienti che gli gridavamo frasi tipo “l’hai fatta fuori dal vaso Step!” e “hai sgarrato!”, e, contemporaneamente, parlavamo al telefono con Filippo, che non sembrava granché contento dell’accaduto. E ci divertivamo proprio un mondo devo dire.
Più Marco gridava, più si radunava gente attorno a noi, giovani sconosciuti che chiedevano cosa fosse successo per farsi due risate insieme a noi, e anziani curiosi preoccupati che nessuno si facesse male. E più si radunava gente, più Step faceva il gradasso. L’errore, l’ennesimo di una lunga serie, Step lo commise quando, nell’affronto, si mise in quella posizione stilosa che hanno i lottatori di Thai Boxe sul ring, e allora Marco non ci vide più.  Non nel senso che non ci vedeva più dalla fame e aveva bisogno di una merendina Kinder, nonnò, non ci vedeva prorpio più talmente era arrabbiato. E da lì, le cose per Step iniziarono ad andare a sud, come si suol dire...

Nella prossima puntata: Marco frantumerà le ossa di Step come si deve, o si conterrà da bravo ragazzo quale (non) è? Step si difenderà, le suonerà a Marco, o se le prenderà stile pungiball?
Stay tuned, on San Bart Chronicles!
BibbyMVP

mercoledì, 23 settembre 2009, ore 00:14

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Oggi compie sessant'anni un pezzo di storia d'America, intesa come gli Stati Uniti, che è anche un po' un pezzo di storia di tutti noi, se è vero che le canzoni di Bruce Springsteen non parlano di Bruce Springsteen, ma parlano di te. Si, anche di te, che magari non lo sai, ma c'è una canzone di Bruce Springsteen per ognuno di noi, quindi fai che rassegnarti, che vivi più sereno.
Non so dire quale sia il Bruce che preferisco, perché ce ne sono stati tanti, qualcuno migliore e qualcuno peggiore, a seconda, come il vino, delle annate. Ma mi piace pensare che potrebbe essere il prossimo, che tanto lo so che tra un anno esatto sarò ancora qui, tra queste stesse pagine, a scrivere del sessantunesimo compleanno di un pezzo di storia degli Stati Uniti d'America, che è anche un po' un pezzo di storia di tutti noi, appunto.
Happy birthday, Bruce.
BibbyMVP
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lunedì, 21 settembre 2009, ore 01:46

Li avete visti i Muse a Quelli che il calcio dalla Ventura? No? Bene, neanche io. Neanche sapevo dovessero suonare a Quelli che il calcio, neanche la guardo quella trasmissione, neanche ricevo il segnale di Rai2 da quando il nostro governo ha deciso che ci serve il digitale terrestre per campare, e vi dirò, non me ne frega granché.
Ma quello che vi voglio dire è che, insomma, se aveste visto i Muse dalla Ventura, e se conosceste i Muse, le loro facce, se aveste visto un loro video o se li aveste mai visti dal vivo, vi sareste accorti di un paio di cose.
Un paio di cose tipo:
- Il batterista, dalla Ventura, non sapeva suonare la batteria, e anzi, ha fatto lo scemo per tutto il tempo dietro ai tamburi senza azzeccare un solo colpo di bacchetta
- il bassista non sapeva suonare il basso, e se la rideva di brutto, tra l'altro
- il chitarrista non sapeva suonare la chitarra
- il cantante e il chitarrista di solito sono la stessa persona, a cantare in studio dalla Ventura invece era il bassista, quello che rideva
- il batterista non era il vero batterista, bensì Matthew Bellamy, colui che di solita canta e suona la chitarra
- il bassista/cantante in studio, in realtà era il batterista Dominic Howard
- il chitarrista/tastierista in studio, in realtà era il bassista Christopher Wolstenholme

Prego, gustatevi il video


E che ve lo dico a fare, in studio durante la diretta nessuno s’è accorto di niente, perché nessuno dei presenti avrà avuto la minima idea di chi fossero i Muse. Perle ai porci, se mi passate il termine.
Il pubblico presente composto probabilmente da vecchi/e ruderi che volevano vedere la Ventura dal vivo prima di schiattare, e giovani tifosi rincoglioniti che passano le serate a guardare l’Isola dei Famosi e/o Il Grande Fratello, e i week-end a guardare, appunto, Quelli che il calcio, mai e poi mai si sarebbe reso conto della presa per il culo escogitata dalla band che stava suonando a pochi metri di distanza da loro. Battevano le mani a tempo, sorridevano, applaudivano quando gli veniva ordinato di applaudire molto probabilmente, ma quella massa di pecore ignoranti, tutte tirate a lucido perchè dovevano andare in tivvù, non capiva un beneamato stratocazzo.
E poi, cosa più importante, nessuno s’è accorto di niente per una ragione ben precisa, la stessa per la quale il gruppo inglese s'è preso gioco dell'intero studio: il playback.
Loro ci fanno cantare in playback? E noi, allora, li prendiamo per il culo. Mitici.
E la Ventura è peggio di tutto il pubblico messo assieme, perché lei per prima s’è fatta ridicolizzare nell’intervista successiva alla performance, scambiando il batterista per il cantante, trattandolo come se fosse il front-man, e ricevendo come risposte alle domande che poneva informazioni tutt'altro che veritiere. Cazzo, ma documentati, o al massimo comportati come quelle della tua età.

Dei Muse non mi piace quando tentano di imitare i Queen, perché cazzo, sono i Queen. Non mi piace granché Absolution, troppo orecchiabile rispetto ai precedenti, soprattutto in quel paio di singoli che si sentono nelle pubblicità di automobili e profumi. Non mi piacciono i jeans verdi pisello che aveva Dominic all'Arena di Verona due anni fa, e non mi piace quando Chris fa l'ameba sul palco limitandosi a fare quel paio di note che lo show richiede al suo basso.
Però, ragazzi, quando fanno queste cose, mi fanno impazzire.

BibbyMVP