Dicevamo che Marco non ci vide più, smise di gridare, e partì deciso assestando sul viso di Step quello che si potrebbe definire LO schiaffo. E poi un altro, e poi il terzo e il quarto, e Step se le prendeva che metà bastava a forza di schiaffi, pugni e manate. In tutto questo, mentre i due ci davano giù di duello testa contro testa manco fossero due giocatori di Serie A, le signore anziane accorse per il trambusto generale se la prendevano con noi perché colpevoli di fotografare e filmare l’accaduto (“ma invece di dividerli fate il filmato per poi metterlo su internet!! Vergognatevi!!!”), e Genny, che ve lo dico a fare, si sentiva molto probabilmente una merda, ma se solo si fosse staccata da Step, questi se le sarebbe prese, ma tante eh.
Il problema, poi, è che Genny si staccò da Step, e da lì fu buia per il nostro sedicente lottatore di Thai Boxe. Di botte se ne prese un bel po’, ma c’è di buono che smise di fare lo sverso, lo dicevo io che era tutta scena, e com’è come non è, si fece due calcoli e pensò bene di svignarsela, andando a recuperare la bici, per poi tornare mestamente a casa.
Mezzora dopo, mentre il fenomeno attraversava mezzo paese correndo dalla spiaggia al campeggio, a piedi, per andare a recuperare la bicicletta che (purtroppo per lui) non sapeva fosse inutilizzabile, Marco non ci vedeva più dalla rabbia per essersi sentito dire “ti ammazzo” e “che cazzo vuoi”, e per tutte le altre cose di contorno che Step aveva combinato, e ragazzi, sembrava il fight club, solo che di regole non ce n’erano. Ancora in mutande da quando era uscito dall’acqua, si stava vestendo, tra chi rideva e chi cercava di calmarlo dicendogli che non valeva la pena di perdere tempo appresso ad uno così. Fiato sprecato: Marco si mette a correre impazzito, corre verso la bici di Step, corre gridando “t’ammazzo Step! T’ammazzo!”, e arrivato alla bici (con noi sempre al seguito che non sapevamo bene che fare ma che in linea di massima la vita a Step la volevamo salvare), la vede legata al palo come l’avevano lasciata, e si mette a demolirla con uno stendino trovato nei cassonetti della spazzatura all’altro lato della strada. E quando lo stendino non era più utilizzabile, piegato com’era dalle botte date alla bicicletta, iniziò a sollevarla in aria per poi scagliarla più lontano possibile, o, in alternativa, contro il muro.
Cinque minuti dopo tutta la gente che aveva assistito allo spettacolo in spiaggia arrivò alle panchine, e con essa Step un po’ affannato e anche un po’ in ritardo, che non avevamo idea di dove si fosse cacciato fino a quel momento, ma che era ancora convinto, evidentemente, di trovare una bici utilizzabile dove l’aveva lasciata poche ore prima. E anche lì, giù di botte. Ma tante eh. Un naso che sanguina, quello di Marco, uno zigomo aperto, quello di Step. E chi provava a fermare Marco non ci poteva fare granché, perché si dimenava fino a quando non era di nuovo intento a prendere a calci e pugni il suo rivale. Quanto a Step, beh, diciamo che è stato un minimo controproducente rimanere in quella posizione da Thai Boxe tutto il tempo come se fosse lui quello che le voleva suonare all’altro, e lo è stato ancora di più l’abbozzare quel paio di pugni mal riusciti.
In tutto questo, essendo che il marasma generale e il rumore non indifferente un po’ di gente l’avevano richiamata, in meno di un quarto d’ora gran parte delle persone che stavano dormendo nei vari bungalow scese in strada a vedere cosa stesse accadendo. Uno di questi era il padre di un ragazzino che in quel momento stava tentando di dividere i due litiganti, tale Dario. L’uomo, una montagna che a me ricorda parecchio la versione incazzusa di Fred Flinstone come tipologia di persona e che tutti noi conosciamo benissimo da anni, pensò subito che fosse suo figlio quello che stava facendo a botte, e andò a fermarlo arrabbiato nero. Noi ci provammo a dirglielo, che suo figlio non aveva mica fatto niente, che non c’entrava niente Dario in tutto questo, ed eravamo anche riusciti a convincerlo, tanto che lui sollevato stava abbozzando un sospiro di sollievo come da prassi, se non che in quel preciso istante, nonostante non ce ne fosse il più che minimo bisogno, arrivò un altro losco figuro a complicare la situazione. Bene.
Questo figuro, ubriaco (un po’) e strafatto (molto), smilzo, sudato marcio, con la tipica faccia del vostro pusher di fiducia, evidentemente pensò “quella montagna di 120 chili sta menando un ragazzino, lo devo fermare”, e dapprima tentò di fermarlo a parole, e poi, quando si sentì rispondere una cosa tipo “chi cazzo sei, guarda che è mio figlio, mica lo sto menando”, non ci vide più, tutta la roba che aveva in corpo evidentemente fece effetto, e inizio a sbarellare gridando “t’accid’! T’accid’!!”. L’attenzione, in men che non si dica, si spostò da Marco e Step a questi altri due, e in tutto questo Step ringrazia, perché grazie al casuale diversivo riesce a scappare a piedi, indisturbato, senza che quasi nessuno lo degni di nota.
Il folle drogato da noi successivamente denominato Il Pazzo aveva definitivamente perso il controllo di sé stesso, tenuto fermo da due energumeni della sua cerchia che si rendevano conto del fatto che la situazione gli stava scappando di mano anziché no, s’era ormai messo in testa che voleva uccidere il padre di Dario, si dimenava, gridava, quasi piangeva, fuori di sé a più non posso, e la quiete pubblica era ormai andata a farsi benedire per la gioia di chi abitava nell’arco dei trecento metri circostanti. Il padre di Dario, invece, non sapeva bene che fare, probabilmente voleva solo tornare a letto da sua moglie, e probabilmente in condizioni normali l’avrebbe steso con uno schiaffo, quel tizio, ma non quella sera. Quella sera, quel tizio era palesemente strafatto, ma di brutto, e quando sei strafatto di brutto, le botte mica le senti, del dolore te ne accorgi al massimo la mattina dopo quando ti svegli pieno di lividi. E fu in mezzo a quel marasma generale fatto di grida, di ragazzine che piangevano terrorizzate dalla piega che le cose stavano prendendo, di mamme e di nonne preoccupate per i loro figli e nipoti, e di mille altre cose, che Marco in completa trans agonistica si buttò addosso al pazzo criminale drogato, reo d’aver gridato “ti uccido” al padre di Dario, persona che lui conosceva da anni, come già detto in precedenza. Non fece molto, lo buttò per terra e gli tirò un calcio ben assestato alla tempia gridandogli “chi è che ammazzi tu? Chi è che ammazzi??”, e poi scappò, mentre questi tenuto fermo dai soliti energumeni non capiva più granché.
Il resto è storia. Storia fatta di due volanti dei carabinieri e una della polizia che prendono nominativi a destra e a manca, l’intero campeggio che si riversa sul luogo del delitto a chiederci cosa fosse successo, mentre noi, abili come non mai ripetevamo “non sappiamo niente, stavamo tornando in campeggio quando abbiamo visto queste due persone che se le davano…”. Storia fatta della mamma di Lucrezia che ci dice “ma io lo conosco quello, non è la prima volta che fa di queste cose, è un criminale!”. Storia fatta di Step che ormai doveva essere tornato a casa con una bici di meno, di Marco nascosto per l’ora successiva alla rissa un po’ dalle parti della bocciofila e un po’ ai parchetti del Pizza Emporio, costantemente in contatto telefonico con noi, che sentivamo le testimonianze raccolte dai poliziotti e gli dicevamo cose tipo “c’è qui uno che dice che il ragazzo che ha tirato il calcio al pazzo indossava una maglietta bianca, levati la maglietta!”. Fatta di Genny che il giorno successivo è tornata a casa senza salutare nessuno, guadagnandosi una bella scritta per terra, fatta dai miei compagni di vacanza in suo onore nei giorni che seguirono (vedi sotto). Ma soprattutto, storia fatta di Filippo che nel giro di due giorni aveva già perdonato Genny, e i due stanno tuttora insieme, a quanto pare. Aaahhh...l'amour.

Quella sera sembrava d’essere in un film, mancava solo Chuck Norris con i suoi calci rotanti, ma con o senza di lui, ragazzi, era un film da Oscar.
That's all folks, all'anno prossimo.